Oltre trent’anni di passione. Dal primo computer all’intelligenza artificiale.

Una vita trascorsa a guardare il futuro, senza dimenticare la meraviglia del passato.
Ci sono ricordi che il tempo non riesce a cancellare. Il primo computer acceso, la luce di uno schermo nel buio di una stanza, il suono dei tasti sotto le dita e quella sensazione difficile da spiegare di avere davanti qualcosa di straordinario, anche senza comprenderne ancora tutte le possibilità.
La mia storia con l’informatica comincia negli anni Ottanta, in un’epoca in cui i computer avevano pochi kilobyte di memoria, i programmi si caricavano dalle cassette e bisognava avere pazienza, tanta pazienza. Ricordo il BASIC, i primi tentativi con il linguaggio macchina, i processori Z80 e le ore trascorse a cercare un errore nascosto tra poche righe di codice. Non esistevano risposte immediate, né strumenti capaci di risolvere ogni problema al posto nostro. Bisognava leggere, provare, sbagliare e ricominciare. Ma forse era proprio questo a rendere ogni piccola conquista così preziosa.
Erano tempi diversi, e non soltanto per la tecnologia. C’era una forma di meraviglia che nasceva dalla semplicità delle cose. Un programma che finalmente funzionava, un gioco che terminava di caricarsi dopo interminabili minuti, un’immagine che prendeva forma sul monitor. Piccole soddisfazioni che oggi possono sembrare insignificanti, ma che allora avevano il sapore di una scoperta.
Conservo un ricordo particolare dei primi modem a 2400 baud. Chi ha vissuto quegli anni difficilmente potrà dimenticare il loro suono metallico, quasi incomprensibile, mentre cercavano di stabilire una connessione attraverso la linea telefonica. Eppure, dietro quei rumori, si nascondeva una promessa immensa: poter comunicare con qualcuno dall’altra parte del mondo attraverso un computer. Le BBS, le prime reti e poi Internet ci fecero comprendere che stavamo entrando in una nuova epoca.
Da allora il mondo è cambiato a una velocità che, da ragazzo, non avrei saputo immaginare. Ho visto nascere e scomparire tecnologie, trasformarsi intere generazioni di computer, crescere la potenza dei processori e le capacità delle memorie. Ho visto quelle lente connessioni telefoniche lasciare il posto alla fibra ottica, capace di trasmettere in pochi istanti ciò che un tempo avrebbe richiesto giorni.
A volte ripenso a quanto fosse grande il nostro entusiasmo davanti a macchine che oggi sembrerebbero poco più che giocattoli. Eppure, proprio quelle macchine hanno contribuito a costruire il mondo digitale in cui viviamo. Non erano soltanto strumenti elettronici. Erano l’inizio di qualcosa che nessuno di noi poteva ancora vedere nella sua interezza.
Ma se ripenso al lungo viaggio che mi ha portato fin qui, c’è un capitolo della mia vita che merita un posto speciale. Un capitolo che non parla soltanto di computer, programmi o nuove tecnologie, ma soprattutto di persone.

Era il lontano 2000, un anno che ricordo con un’emozione particolare. Non potevo ancora immaginare quanto alcuni incontri avrebbero cambiato il corso della mia vita. Eppure, proprio allora, ebbi quella che oggi considero una delle mie più grandi fortune: incontrare le persone giuste, nel momento giusto.
Persone che seppero guardare oltre ciò che già conoscevo, che riconobbero la mia passione e mi offrirono qualcosa di molto più prezioso di una semplice opportunità di lavoro. Mi diedero fiducia.
Grazie a loro ebbi la possibilità di trasformare quello che fino ad allora era stato soprattutto un hobby, coltivato con entusiasmo fin da ragazzo, in qualcosa che poteva accompagnarmi anche nella vita professionale. Potevo finalmente lavorare con ciò che amavo, continuando a imparare, sperimentare e scoprire nuovi sistemi e nuove tecnologie.
Ma quella esperienza mi regalò molto di più.
Mi trovai davanti alla sfida di imparare una nuova lingua, di comprendere un ambiente diverso, di adattarmi a nuove abitudini e a un modo differente di vivere e lavorare. Non fu sempre facile. Ci furono momenti di incertezza, difficoltà e inevitabili errori. Ma ci furono anche persone straordinarie che, con pazienza, disponibilità e una parola di incoraggiamento, resero tutto più semplice.
Alcune mi insegnarono cose che nessun manuale avrebbe mai potuto spiegarmi. Altre mi aiutarono a credere maggiormente nelle mie capacità. Altre ancora, forse senza nemmeno rendersene conto, lasciarono un segno profondo nella mia vita.
Con il passare degli anni ho compreso che le conoscenze tecniche sono importanti, ma che il vero valore di un percorso professionale non si misura soltanto attraverso ciò che abbiamo imparato o realizzato. Si misura anche attraverso le persone che abbiamo conosciuto, la fiducia che abbiamo ricevuto e quella che siamo riusciti a restituire.
Oggi, a distanza di oltre venticinque anni, quando ripenso a quel periodo, non sono i computer o i programmi a tornarmi per primi alla memoria. Sono i volti, le conversazioni, i sorrisi, le giornate trascorse a lavorare insieme, le difficoltà superate e la soddisfazione di sentirsi parte di qualcosa.
E provo una gratitudine sincera verso chi mi ha dato una possibilità quando ancora avevo tanto da imparare.
Perché nella vita possiamo studiare, impegnarci e inseguire i nostri sogni con tutta la determinazione possibile. Ma a volte basta incontrare qualcuno che crede in noi per dare a quei sogni una direzione che non avremmo mai immaginato.
Se potessi tornare indietro, a quel ragazzo che nell’anno 2000 stava iniziando un nuovo capitolo della propria vita, direi di non avere paura. Di ascoltare, di imparare, di avere fiducia e soprattutto di non dimenticare mai le persone che gli avrebbero teso una mano.
Perché oggi so che la fortuna più grande non è stata soltanto quella di poter trasformare una passione in un lavoro.
La fortuna più grande è stata incontrare persone meravigliose che mi hanno permesso di crescere, non soltanto come professionista, ma soprattutto come essere umano.
E a tutte quelle persone, alcune ancora presenti nella mia vita, altre ormai lontane ma mai dimenticate, vorrei dedicare un pensiero semplice, che forse avrei dovuto esprimere più spesso.
Grazie. Per la fiducia, per gli insegnamenti, per le opportunità e per aver fatto parte della mia storia.
Perché i computer cambiano, i programmi diventano obsoleti e le tecnologie vengono superate. Ma ci sono incontri che il tempo non potrà mai rendere vecchi.

Oggi siamo nel 2026 e, dopo oltre quarant’anni, mi ritrovo davanti a una nuova frontiera: l’intelligenza artificiale.
Confesso che provo qualcosa di molto simile all’emozione dei miei primi incontri con l’informatica. Con una differenza importante: allora potevo soltanto immaginare il futuro, mentre oggi ho la fortuna di riconoscere, in ciò che sta accadendo, alcune delle idee che un tempo appartenevano esclusivamente ai romanzi e ai film di fantascienza.
Vedere una macchina comprendere una domanda, conversare, riconoscere immagini, contribuire alla scrittura di un programma o partecipare a un processo creativo è qualcosa che continua a sorprendermi. Non perché abbia dimenticato quanta strada abbiamo percorso, ma proprio perché la ricordo.
E se c’è una cosa che questi quarant’anni mi hanno insegnato, è che dobbiamo essere prudenti quando diciamo che qualcosa è impossibile. Molte delle tecnologie che oggi consideriamo normali sarebbero sembrate pura fantasia a chi, come me, trascorreva le serate davanti a un piccolo schermo a tubo catodico.
Non so come sarà il mondo tra venti o trent’anni. Nessuno può saperlo davvero. Immagino però un futuro in cui l’intelligenza artificiale, la robotica e le nuove scoperte scientifiche cambieranno profondamente il nostro modo di vivere, lavorare, imparare e forse persino di comprendere noi stessi. Saranno trasformazioni straordinarie, accompagnate da responsabilità altrettanto grandi. Perché il progresso, da solo, non basta: occorrono intelligenza, coscienza e rispetto per ciò che ci rende umani.
Se oggi dovessi raccontare tutto questo a mio figlio, gli direi che appartengo a una generazione fortunata. Una generazione che ha conosciuto il mondo prima di Internet e ha potuto assistere alla sua trasformazione digitale. Che ha imparato a dialogare con le macchine attraverso poche istruzioni e oggi può rivolgere loro domande nel linguaggio di tutti i giorni.

Gli racconterei delle cassette, dei floppy disk, delle notti trascorse a programmare e di quel modem che sembrava parlare una lingua misteriosa. Forse sorriderebbe pensando a quanto fossero primitivi i nostri strumenti. E avrebbe ragione. Ma vorrei che comprendesse anche quanto fossero grandi i nostri sogni.
Gli direi soprattutto di non perdere mai la curiosità, di non accontentarsi delle risposte facili e di non avere paura delle nuove tecnologie. Di imparare a comprenderle prima di giudicarle, di usarle con responsabilità e di ricordare che dietro ogni grande invenzione c’è sempre stata una mente umana capace di immaginare qualcosa che ancora non esisteva.
Il passato mi manca, qualche volta. Mi mancano quei momenti in cui tutto sembrava nuovo e ogni scoperta richiedeva tempo, impegno e un pizzico di ostinazione. Ma non vorrei tornare indietro. Sono profondamente grato di aver vissuto quegli anni e altrettanto felice di essere qui, oggi, a osservare ciò che sta nascendo.
Questo sito è un piccolo spazio dedicato a quella lunga passione. Un luogo dove conservare i ricordi del retro computing, condividere esperienze e continuare a esplorare l’informatica, la sicurezza, la creatività e le possibilità dell’intelligenza artificiale.
Non so quante altre rivoluzioni tecnologiche avrò la fortuna di vedere. So soltanto che continuerò a seguirle con gli stessi occhi curiosi di quel ragazzo degli anni Ottanta.
E forse è proprio questa la cosa più bella: dopo oltre quarant’anni, la tecnologia riesce ancora a farmi sognare.
Perché il futuro non cancella il passato. Ne raccoglie le idee, i sacrifici e i sogni, per trasformarli in possibilità che ancora non riusciamo a immaginare.
E se un giorno le mie adorate figlie guarderanno alle meraviglie del 2026 con la stessa nostalgia con cui io ricordo i computer degli anni ’80, spero che possano farlo con un sorriso. Perché significherà che il mondo avrà continuato a evolversi, e che ciò che oggi ci sembra fantascienza sarà diventato, ancora una volta, parte della vita di tutti i giorni.
